E solo la prima di una fosca suite di storie che, come un novellatore itinerante, Malaparte racconterà ad altri spettri di un’Europa morente.
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Storie in cui s’incarna la scomparsa di ciò che «di nobile, di gentile, di puro» l’Europa possedeva.
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«E sia ben chiaro» proclama Malaparte «che io preferisco questa Europa kaputt all'Europa d’ieri, e a quelli di venti, di trent'anni or sono. Preferisco che tutto sia da rifare, al dover accettare tutto come un'eredità immutabile immutabile».
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le due figlie maggiori di Benedetto Croce, Elena e Alda, che nel giardino della loro casa di campagna, a Meana, in Piemonte, leggevano Erodoto nel testo greco, sedute sotto un melo carico di frutti.
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la guerra non è che un personaggio secondario. Si potrebbe dire che ha solo un valore di pretesto, se i pretesti inevitabili non appartenessero all’ordine della fatalità. In Kaputt la guerra conta dunque come fatalità.
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Ero stato a vedere alcuni giorni innanzi, in un negozio di Stoccolma, i ricami che durante le lunghe sere d’inverno, nel Palazzo Reale disegnato dal Tessin, e nelle bianche notti d’estate, nel Castello di Drottningholm, il Re Gustavo V, circondato dai suoi familiari e dai più intimi dignitari di corte, eseguisce con una grazia, una delicatezza di disegno e di punto, che ricordano l’antica arte veneziana, fiamminga, francese. Il Principe Eugenio non ricama: è pittore.
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Chiusi gli occhi per un istante: ed era proprio l’odore della Provenza, l’odore di Avignone, di Nîmes, di Arles, quel che io respiravo; l’odore del Mediterraneo, dell’Italia, di Capri.
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«Sehr amüsant, nicht wahr?» disse Schultz. Poi aggiunse ridendo: «Bisogna pure che i prigionieri russi servano a qualche cosa». «Taisez-vous» disse il Principe Eugenio a voce bassa.
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Fu in quell’ultima giornata del concorso che il cavallo Führer, montato dal tenente Eriksson, del Reale Artiglieria del Norrland, nella gara di läktaren, partì buttando a terra sbarre, siepi, ogni sorta di ostacoli: e il pubblico taceva, perché la Germania del Führer, di là dal mare, non potesse cogliere alcun pretesto per invadere la Svezia.
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«Ne partez pas pour l’Italie, restez encore quelque temps en Suède: vous guérirez de tout ce que vous avez souffert».
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Sentivo che un doloroso e umiliante pensiero gli occupava la mente, che l’umiliazione della schiavitù aveva corrotto anche lui, che egli pure era uno schiavo; e mi veniva da ridere, pensando che egli pure era uno schiavo.
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E ridevo pensando che anche il Principe di Piemonte era uno schiavo, come ciascuno di noi, un povero schiavo incoronato, dal petto coperto di croci e di medaglie.
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Pensavo ai giovani tartari che i tre Piani quinquennali hanno trasformato da cavalieri in operai meccanici, da pastori di cavalli in udarniki delle officine metallurgiche di Stalingrado, di Charkow, di Magnitogorsk.
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«Se questa guerra continua...». Io gli dicevo: «Se questa guerra continua, diventeremo tutti come belve, anche tu, non è vero?».
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Frank si era messo a conversar di Platone, di Marsilio Ficino, degli Orti Oricellari (Frank ha studiato all’Università di Roma, parla l’italiano in modo perfetto, con un lieve accento romantico discesogli da Goethe e da Gregorovius, ha passato giorni e giorni nei musei di Firenze, di Venezia, di Siena, conosce Perugia, Lucca, Ferrara, Mantova; è innamorato di Schumann, di Chopin, di Brahms, e suona divinamente il piano), si era messo a conversare di Donatello, del Poliziano, di Sandro Botticelli, e parlando socchiudeva gli occhi, incantato dalla musica delle sue stesse parole.
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Anche in tutti gli altri paesi d’Europa, da voi occupati, potete distruggere la patria dei nobili, la patria dei borghesi, ma non la patria degli operai. Mi pare che il senso di questa guerra sia tutto qui, o in gran parte».
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«Est-ce qu’il y a encore des Parisiennes?»
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Vorrei educarli all’amore della vita, vorrei insegnar loro a camminine sorridendo nelle vie dei ghetti». «Sorridendo?» dissi io. «Volete insegnar loro a sorridere? a camminar nei ghetti sorridendo? I bambini ebrei non impareranno mai a sorridere, neppure se li ammaestrate a frustate.
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E anch’io ero certo uno spettro, lo spettro opaco di una età remota, forse felice; di un’età morta, forse, forse felice.
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«ma avreste fatto meglio a consigliare Himmler di farmi perquisire quando sono entrato in Polonia. E per darvi alla mia volta una nuova prova della mia lealtà, voglio dirvi come ho speso il mio tempo durante la permanenza di Himmler a Varsavia». E gli raccontai delle lettere, dei pacchi di viveri, del denaro, che i profughi polacchi in Italia mi avevano pregato di consegnare ai loro congiunti e amici di Varsavia. «Ach so! ach so! » gridò Frank ridendo. «E proprio sotto il naso di Himmler! Ach wunderbar! proprio sotto il naso di Himmler! ». «Wunderbar! ach wunderbar! » gridarono tutti ridendo rumorosamente. «Spero» dissi «che questo sia cricket». «Sì, questo è vero cricket! » gridò Frank. «Bravo Malaparte!
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De Foxà è crudele e funereo come ogni buon spagnolo.
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Conosce bene l’Italia, conosce gran parte dei miei amici di Firenze e di Roma, ho perfino il sospetto che siamo stati innamorati, nello stesso tempo, della stessa donna all’insaputa l’uno dell’altro.
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è tanto amico della notte, quanto il vino di Nuits-Saint-Georges: che anche nel nome è notturno, profondo e lampeggiante come una sera d’estate in Borgogna.
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l’odore profondo del Nuits-Saint-Georges ci richiamava al ricordo delle sere d’estate in Borgogna, delle notti addormentale sulla terra calda di sole.
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Nous parlions de la guerre, de la France, de l’Italie, de l’Espagne, et je lui disais que les peuples latins sont pourris. Il se peut que tout cela soit pourri, m’a-t-il répondu, mais ça sent bon.
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un giovane diplomatico inglese, quando l’Ambasciata d’Inghilterra presso il Governo di Franco, dopo la fine della guerra civile, si trasferì da Burgos a Madrid, la prima cosa di cui si preoccupò fu d’informarsi se era vero che la quinta buca del golf della Puerta de Hierro fosse stata danneggiata da una granata fascista.
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Nella civiltà moderna, mio caro de Foxâ, una buca di golf ha disgraziatamente la stessa importanza di una cattedrale gotica.
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E ora rideva delle generose illusioni della propria generazione, e del fallimento di quel tragico e ridicolo tentativo.
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raccontò che durante la guerra civile in Spagna, i calciatori erano in maggioranza rossi, e i toreros erano quasi tutti franchisti. Il pubblico delle corride era fascista, quello delle partite di calcio tutto marxista.
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Il sonno di un Presidente della Repubblica è molto più leggero del sonno di un Re.
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«Oggi, a Vienna, ci sono i nazisti» disse Constantinide. « Se si facessero cristiani ci rimarrebbero » disse Agâh Aksel. « Il maggior problema moderno è pur sempre il problema religioso» disse Bengt von Torne. «On ne peut pas tuer Dieu».
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Ed ecco che il fucile, guarito finalmente dalla sua mostruosa pazzia, tornava a far udir la sua antica, familiare voce nella natura rasserenata.
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« Chi non ha la sua parte di responsabilità? Io non sono un Hohenzollern, eppure anch’io certe volte penso che ho la mia parte di responsabilità in quel che accade oggi in Europa ».
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«“La politica romana” disse Veronica “è fatta da quattro o cinque beaux garçons indaffarati a scambiarsi fra loro trenta fra le più stupide donne di Roma, sempre le stesse”.
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‘La dinastia dei Mussolini è come quella dei Savoia: non durerà molto. Io farò la fine della Principessa di Piemonte’. Tutti rimasero di sasso. La Principessa di Piemonte sedeva a quella stessa tavola.
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Il suo unico nemico, il suo vero rivale, è sua figlia. E' lei la sua coscienza segreta.
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Non si può capire la storia del popolo germanico, se non si tiene a mente che è quella di un popolo per il quale il sole è di genere femminile.
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E poi, chi sa se l’Italia esisteva veramente? Forse era una favola, l’Italia, un sogno, chi sa se l’Italia esisteva ancora, chi sa? Non esisteva più nulla, ormai, fuorché la tetra, buia, crudele, orgogliosa, disperata Germania.
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